Monti-Galli della Loggia 2-0

La carriera politico-elettorale di Mario Monti è stata breve e un po’ rovinosa, qui l’abbiamo già scritto. D’altronde tre milioni di voti per Scelta civica al primo tentativo non sono poi così pochi, eppure lo stesso presidente del Consiglio uscente ammette il “non successo” dell’iniziativa. Tuttavia è fuori strada chi oggi – come Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di domenica – imputa a Monti la scarsa “capacità di parlare ai cuori più che alle menti”, o dipinge la sua discesa in campo come un’operazione neocentrista (prendendo troppo sul serio quell’errore di percorso che fu l’alleanza con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini).
6 AGO 20
Immagine di Monti-Galli della Loggia 2-0
La carriera politico-elettorale di Mario Monti è stata breve e un po’ rovinosa, qui l’abbiamo già scritto. D’altronde tre milioni di voti per Scelta civica al primo tentativo non sono poi così pochi, eppure lo stesso presidente del Consiglio uscente ammette il “non successo” dell’iniziativa. Tuttavia è fuori strada chi oggi – come Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di domenica – imputa a Monti la scarsa “capacità di parlare ai cuori più che alle menti”, o dipinge la sua discesa in campo come un’operazione neocentrista (prendendo troppo sul serio quell’errore di percorso che fu l’alleanza con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini). Adducendo queste ragioni, addirittura, Galli della Loggia vede nella parabola di Monti l’incarnazione di un fallimento che “dice molte cose sulle caratteristiche delle élite italiane”.
Su quest’ultima considerazione siamo d’accordo, ma per le ragioni opposte a quelle addotte dal politologo. Le élite italiane effettivamente escono a pezzi, seppur cinicamente vincenti, dalla débâcle elettorale di Monti. Se si escludono alcuni sparuti industriali (stile Sergio Marchionne o Alberto Bombassei) o pochissimi riformisti impenitenti (Pietro Ichino), l’establishment ha fatto a gara per affossare Monti e con lui le sue proposte riformatrici e la sua idea di “democrazia a trazione elitaria”. Perfino i leader ferraristi o cattolicissimi che affiancavano l’ex commissario dell’Ue hanno pensato bene di non candidarsi. Per non dire di Confindustria – non pervenuta – o dei giornaloni d’un tratto iper scettici.
Lo stesso Galli della Loggia, in un articolo del 27 febbraio scorso da rubricare tra le “dichiarazioni di voto postume per Beppe Grillo”, si è spinto nell’operazione impervia di nobilitare perfino il quid populista dei “membri dello stato maggiore tedesco che nell’autunno del ’42 decidevano di consumare alla mensa di Berlino lo stesso misero rancio che a qualche migliaia di chilometri di distanza consumavano i loro commilitoni assediati a Stalingrado”. Per dire, insomma, che alle élite italiane va bene tutto fuorché Monti. I risultati oggi si vedono. Altro che centro, altro che tecnocrazia, la classe dirigente italiana non è pronta per la democrazia elitaria di Monti, quella di politici che – come ha scritto ieri nella sua replica l’ex bocconiano – non fanno di tutto per “assecondare gli elettori proponendo proprio ciò che essi vogliono vedersi proporre”. Davvero Monti voleva che queste bolse élite italiane accarezzassero il pelo della bestia populista per il verso sbagliato? Illuso idealista, almeno in questo, altro che tecnocrate.